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Carissimi lettori, poeti, scrittori, artisti,

per un continuo alimentarsi di cose nuove, ed, a volte, per un cercare di fermarsi un attimo da tutte le cose nuove, questo progetto lo “congeliamo” per un po’ di tempo, fino a data indefinita.
Gli impegni di tutti sono innumerevoli e distanziano spesso da alcuni punti di contatto. Magari più avanti cambierà forma il progetto, le idee sono tante, ma intanto questo luogo lo lasciamo ai lettori, semplicemente, senza cercare di pubblicare altro.

Grazie a tutti!

La Redazione

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Giusy Calia, Silvia Rosa – Corrispondenza (d)al limite

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a metà del mio palmo, il solco che resta” – solchi, visioni, precipizi, frontiere, macerie, fango: una serie di immagini forti, accavallano la poesia di Silvia Rosa nell’accompagnare la fotografia di Giusy Calia. Ma accompagnano o disegnano a parole tali fotografie? Non si nota dunque quale accompagna l’altra perché il lavoro risulta nell’insieme talmente compatto e ben delineato che senza l’un l’altra queste due opere – poetica e fotografica – sembra che non possano esistere. Il connubio è riuscito ed è una simbiosi surreale, come le immagini di Giusy Calia che sembrano a tratti dei pezzi di fiaba, nell’incantevole tratto di una terra sconosciuta. Una sensibilità artistica molto fine che delinea ed assorbe sensazioni antiche. Perspicace l’unione, l’appartenenza della parola alla visione, questo corrodersi dell’anima dentro di sé a chiedersi di quelle sottigliezze del male e del bene, a domandarsi della partenza, dell’arrivo, del dove essere. È un insieme di metafore profonde e sottili la poesia di Silvia Rosa. Particolare la scelta di intitolare le poesie coi giorni numerati, è come se facesse tutto parte di un ciclo continuo che all’interno perdura in un’accrescere delle emozioni e della consapevolezza di queste. Una poesia convinta e cosciente, parte di un lavoro che nell’insieme rende consapevoli di come ci si aggrappi ogni giorno dei significati della vita, ponendo di fronte ogni contrario ed inverso, ogni domanda a cui cerchiamo di dare risposta, invano: “Che cosa resta di ogni parola sgusciata? […] Un gesto all’inverso.” Non mancano all’interno della raccolta – sia nella parola che nella visione – il senso dell’abbandono, della solitudine, della libertà anche. Tutto quello che proviamo a chiederci nella vita di tutti i giorni appare qui come una rivelazione modesta, una chiarificazione a strati dell’anima.

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Giusy Calia, nata a Nuoro, vive e lavora tra Sassari e Siena. 

È laureata in Lettere moderne con una tesi dal titolo Il daimon goethiano dal Prometeo al Meister e in Filosofia con una tesi dal titolo Alda Merini: un’anima sconosciuta. 

Ha frequentato un Master Professionale di fotografia alla John Kaverdash School di Milano, specializzandosi in Moda, Reportage, Still life, Mock up, Camera Oscura, Fotoritocco, Comunicazione Visiva. 

A luglio del 2007 ha concluso il Corso Alta Definizione Cinematografica della New York Film Academy.
Attualmente in fase di discussione della tesi del Dottorato di Ricerca in “Logos e rappresentazione” – Sez. “Comparatistica: letteratura, teatro, cinema” presso l’Università degli Studi di Siena (sede di Arezzo) sul rapporto tra immagine e parola nella storia della rappresentazione della follia. Ha pubblicato presso i “quaderni Warburg Italia” un racconto fotografico svolto all’interno dei manicomi in varie regioni italiane.

Ha avuto varie collaborazioni con registi e poeti. 

Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private.


Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino. Laureata in Scienze dell’Educazione, scrive poesie e racconti, e partecipa a readings e manifestazioni poetiche. Suoi lavori sono apparsi in riviste, siti e blog letterari, fra cui: Specchio (de La Stampa ), Historica- Il Foglio Letterario, RivistaInutile, Poiein, Viadellebelledonne, Rebstein, Imperfetta Ellisse, Poetarum Silva, La poesia e lo spirito, Le vie poetiche, Neobar. Alcuni  dei suoi testi sono presenti in volumi antologici (“Pensieri d’inchiostro III”, Perrone Editore 2008; “Rac-corti II”, Perrone Editore 2009; “Corale per opera prima”, LietoColle 2010; “Mosaici”, Collana Rasoi, Edizioni Smasher 2011), anche di Concorsi Letterari a cui ha preso parte, risultando in qualche occasione tra i vincitori (“AlberoAndronico” 2007; “Premio Laurentum” 2008; “Concorso Letterario Città di Melegnano” 2008, a seguito del quale, nel 2010, ha pubblicato il libriccino di racconti “Del suo essere un corpo“, Montedit Edizioni, collana Le schegge d’oro – i libri dei premi). Nel 2010 esordisce con la sua prima raccolta poetica “Di sole voci“, per i tipi della LietoColle.

Gian Piero Stefanoni – La stortura della ragione

Conca di betulla, mungitura, / azzurro che ti prende.” la prima poesia di apertura di Gian Piero Stefanoni, inizia già con un dettaglio, come l’intera raccolta, fatta di dettagli minimi, piccoli disegni di cose, di eventi, che insieme raggrumano luoghi, spazi, un sentire forte per quello che circonda, che accade, dentro gli occhi, come dentro l’anima. Il dettaglio qui è frantumato tra passato e presente “Né più si ricorda / il luogo dov’era.”: l’intera raccolta nasce tra il passato bello ed il presente inverso, mancante. E’ come se vi fosse nella poesia di Stefanoni un doppio specchio che osserva le cose da due punti di vista: come tutto era e come ora si pongono le cose, come ora le cose sono. Il dettaglio quindi cambia la sua prospettiva. Le immagini molto crude “Ed i corpi si raccolgono / tra le zeppe della corrente.”, “paesi, bambini / a cui nemmeno odore / più giunge.” danno la percezione dell’evento che ha percosso i luoghi, la gente. L’occhio osserva tutto e si fa avvolgere dal sentire comune, seppur spaventato. Si noti come pare delicata la visione del verso, la percezione della parola, l’immagine limpidissima di questa poesia è cruda, ma sempre fragile, quasi come se si mettesse dentro la bocca di coloro che soffrono, che vivono l’evento che ha loro devastato le vite. Anche l’ordinare per nome “spazzato via a S.Giuliano, / l’ortografia della cenere / che piegò a sé Gibellina, Sarno, Onna” sembra voler dar una percezione vera dell’evento, perché rimanga nella mente, perché nessuno dimentichi, non solo le persone che vivono, ma tutti. “Ma non conosce ardimenti / la desolazione che patisce, / deforma, si fa massa nel ventre” ed ancora “la vera sciagura / è il sedimento di mondo di cui ognuno è l’untore, / disconoscere ancora che patire” sono dettagli di consapevolezza del male: il poeta rimane consapevole che quello che ora c’è, deve rimanere, fa sedimento non solo nella carta, ma nella gente, nelle case, nel mondo di cui ognuno è untore.

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Gian Piero Stefanoni (Roma, 1967), laureato in Lettere moderne ha esordito nel 1999 con la raccolta “In suo corpo vivo” (Arlem, Roma- pr.ne di Mariella Bettarini), vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto. Segue nel 2008 “Geografia del mattino e altre poesie” (Gazebo, Firenze- pr.ne di Plinio Perilli), premio “Le Nuvole-Peter Russell” nel 2009 e “Città di Venarotta” nel 2010. Presente in volumi antologici, tra i quali “La poesia dell’esilio” (Arlem, Roma 1998, a cura di Maria Jatosti) e “Dai parchi letterari ai poeti contemporanei” (Edizioni Arte Scrittura, Roma 2009), suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Malta e Argentina. Già collaboratore di “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada”, è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni” . Per l’inedito ha vinto nel 1997 il premio “Via di Ripetta” e il “Dario Bellezza”, nel 2000 il Garcia Lorca dell’associazione culturale di Torino “Due fiumi”, e nel 2010 il “Linfera”.